|
|
 |
A TRIESTE LA DEREGULATION SI FERMA SULLE PANCHINE
IL SOLE 24 ORE 31 dicembre 2006
|
 |
 |
Per tutto l'anno mi sono occupato di imprese e impresine, di territori ove mutano le forme del produrre e del fare società. Cambiano pelle le comunità locali, i modi per ottenere successo, profitto e reddito. Sotto traccia appaiono anche forme di resistenza al cambiamento.
Conflitti orientati più al senso che al reddito. E' successo a Trieste. Ci si può mobilitare e scendere in piazza in difesa di sei vecchie panchine.
Un arredo urbano che, come i vespasiani di un tempo, tutto può sembrare tranne un oggetto che produce senso e significato nel cambiamento delle città.
Dipende dal contesto. Trieste, come Genova Napoli Palermo Bari e Venezia, sta cercando di ridisegnare il suo fronte del porto razionalizzando le Rive.
In molte di queste città, basti citare il progetto di waterfront di Renzo Piano a Genova, questo produce conflitti visibili che mobilitano interessi sull'uso e la destinazione delle aree.
A Trieste, in sintonia con l'anima lenta della città, tutto avviene in forma meno spettacolare. Senza grandi progetti con l'ambizione del futuro, ma scavando nel passato.
Alle vecchie locande, ai caffè di cui si trovano tracce nella letteratura dell'Europa di mezzo, si sostituiscono wine bar e luccicanti ristorantini. Piazza Unità diventa palcoscenico per i concerti e parco a tema per le feste estive. La vecchia pescheria, uno dei più bei monumenti al mare del Mediterraneo, è trasformata in "Salone degli Incanti".
Contenitore di mostre, sfilate di moda, cene e ricevimenti che si possono osservare dalla strada attraverso le antiche vetrate. Avanza la società dello spettacolo. Travolge le sei vecchie panchine di Piazza Venezia di fronte alla vecchia pescheria e agli yacht club. Ci si sedevano solo tre barboni e la piazza era comunque destinata ad un restyling. Dirà poi l'assessore comunale. Essendo le sei panchine volate nell'altra dimensione della società dello spettacolo: quella della comunicazione.
Paolo Rumiz ne ha fatto un caso sparato in prima pagina dal Piccolo. Dice che le panchine sono anche sue e le rivuole. Ci si sedeva da bambino con suo padre per vedere arrivare "i vapori". Era un modo per segnare il territorio, per dire che questo luogo è un po' mio, fa
parte della mia Trieste. Come se sedersi lì, accanto alla fontana, fosse un po' condividere i valori della comunità locale. Soprattutto pone il tema dello spazio pubblico ove ritrovarsi, sostare, parlare. Si scatena una piccola guerra delle panchine. Il Comune ne sega un po' d'altre in un parco giochi per bambini. Nella città di Basaglia si sedevano dei balordi del vicino centro di igiene mentale. Le mamme protestano.
Anche loro non sanno più dove sedere. La sinistra timidamente la butta sul political correct in difesa dei barboni. Al giornale arrivano valanghe di lettere che disegnano un'idea di città conviviale e di rifiuto del new look festaiolo delle Rive. Ai wine bar, al lifting urbano, al restyling, la ruvida città asburgica risponde in dialetto.
Con Rumiz che scrive "Ieri go ciolto una carega pieghevole e me sono calà in piazza Venezia, quela dove che el Comun ga segà le panchine perché no possi sentarse i barboni". E lancia un'idea "Se podaria far el funeral dela panchina fissa". Detto, fatto. Con l'appoggio "spettacolare" di Magris, di Paolini e con Vinicio Capossela che suona per strada, si parte in mille e si arriva in tremila con molti che guardano e tifano. La panchina diventa un brand. Se ne occupano televisioni locali e nazionali. Nei conflitti di senso anche piccole cose quotidiane, che sono vissute come abituali,
possono diventare un simbolo se percepite come parte di uno spazio pubblico.
Nell'anno che verrà, che si annuncia anche per le liberalizzazioni dei servizi pubblici locali, occorrerà tener conto dei conflitti di senso. Se sei panchine hanno provocato questo casino spettacolare, cosa potrà avvenire per una linea del tram abolita, per una farmacia comunale segata, per una centrale del latte dimessa? Oltre a spiegare i vantaggi di reddito per l'utente-cliente ci vorrà molta comunicazione e attenzione al senso e alle forme di convivenza.
Aldo Bonomi
|
 |
|
 |
|