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DOVE BATTE IL CUORE DEL NORD

Da Campodolcino a Mediobanca, viaggio in un’area che ha costruito la modernità

IL SOLE 24 ORE
19 Aprile 2006

Ho iniziato a fare professione come operatore di comunità in un piccolo paese delle Alpi lombarde. Campodolcino in Val Chiavenna, poco prima del Passo Spluga che scavalla in Svizzera verso i Grigioni. Erano gli anni 80. Quelli del genio egoista dell’impresa e della Milano da bere. Promuovevo, con fondi europei, nei bordi della luccicante Lombardia, che era già uno dei quattro motori d’Europa, la coltivazione dei piccoli frutti, l’allevamento degli ungulati, un po’ di agriturismo e facevo il dopo scuola ai tanti drop out che non erano arrivati alla terza media. A proposito di ultimi e di chi ha difficoltà ad arrivare a fine mese. Il tutto si faceva per compensare la crisi dell’agricoltura di montagna in favore del nuovo modello di sviluppo basato sul turismo. Che stava arrivando con le tante seconde case dei milanesi, con la televisione commerciale, gli ipermercati nel fondo valle e anche con i primi casi di tossicodipendenza in paese. Caricavo i miei allievi su pulmini e assieme andavamo a vedere dove la modernità aveva prodotto sviluppo. Con i falegnami si visitava la SCM di Rimini che produceva le macchine per il legno. Con gli agricoltori si andava alla mostra ovo caprina di Bastia Umbra e tutti in Trentino a vedere il turismo di comunità. Più che felicità per il nuovo che avanzava, ricordo nei loro occhi un senso di tristezza e di paura. Uno spaesamento. Un timore di rimanere letteralmente senza Paese. Sentimento diffuso in molte comunità montane delle Alpi e Prealpi lombarde. Ove iniziava a diffondersi uno strano movimento che sussurrava agli spaesati che, a fronte del cambiamento che veniva avanti, occorreva difendere la propria identità, le proprie radici, il paese, la comunità originaria. Sono poi sceso a valle, facendo ricerca nel tessuto degli artigiani e delle piccole imprese della Pedemontana. Tutto cambiava. Automazione e informatica cambiavano il ciclo. Per gli stampatori del distretto della seta di Como, resi obsoleti in pochi anni, ben prima della Cina, dalla grafica computerizzata e per i tanti subfornitori dell’Autobianchi di Desio, chiusa nella ristrutturazione Fiat, non bastava più essere piccoli imprenditori operosi e risparmiosi. Per molti iniziò la stagione dei fallimenti.

Forse perché erano piccoli numeri, ma erano tante le impresine che chiudevano. Era inutile promuovere progetti di innovazione di processo o di prodotto. Dire loro che occorreva cambiare. Dire brutalmente “è il post fordismo bellezza!”. E’ finita l’epoca dell’impresa povera e della famiglia ricca e operosa. Testardamente ti spiegavano che avevano messo al lavoro tutta la famiglia. E avevano lavorato, lavorato, lavorato… tanto. Più che prendersela con se stessi e con il loro capitalismo familiare preferivano seguire il pifferaio magico che offriva una soluzione elementare agli stressati dalla ristrutturazione. Il capro espiatorio era “Roma ladrona” con le sue tasse.

Intanto Milano si terziarizzava. Più servizi e meno operai. Più settimane della moda, più pubblicità, più comunicazione, più televisione, più progetti immobiliari per le aree dimesse. Poi ci fu tangentopoli. Prima del tornado qualcuno cercò di riconoscere il cambiamento avvenuto sostenendo che oltre ai bisogni bisognava occuparsi anche dei meriti degli spaesati, degli stressati e delle nuove figure al lavoro nelle metropoli. Troppo tardi. La storia politica ci dice che il vuoto dell’antipolitica fu occupato dal leghismo e dal berlusconismo. Non sono né uno storico né un politologo, ma faccio notare che la spiegazione politica è insufficiente. Vi è una questione prepolitica che apparve all’inizio degli anni 90 nel Nord del Paese: la crisi della rappresentanza. Molti operai votavano Lega. La Coldiretti non aveva soluzioni per l’agricoltura di montagna in difficoltà. E quelli della pianura marciavano su Milano con i loro trattori per le quote latte europee. Confartigianato e Cna avevano in casa la rivolta dei tanti in difficoltà che avevano paura di diventare proletaroidi. Più che chiedere servizi per innovare si rivolgevano alla LIFE che era nata nel Nord Est e si proponeva di tutelare i piccoli dagli abusi della guardia di finanza. Anche Confindustria, quella che rappresentava i grandi, fu attraversata dal disagio dei piccoli e medi imprenditori. Come non bastasse, nella composizione sociale, venivano avanti nuove professioni senza albo e tutela, figure consulenziali al lavoro nel terziario dei servizi con la partita IVA e una forza lavoro nuova, gli immigrati. Da allora la situazione è molto cambiata. Oggi credo che solo per la politica e per la polarizzazione del voto abbia ancora senso parlare di questione settentrionale. Quel modello produttivo postfordista, basato sulla fabbrica snella, sulla produzione orientata al cliente, e sul capitalismo molecolare che faceva subfornitura, e quella composizione sociale che si delineò negli anni 90 ha affrontato la criticità dell’entrata nell’euro e il passo lungo della globalizzazione. Che sarà bene ricordare, è questione del Sistema Paese, non solo del Nord.

Certo il malessere del Nord è stato quotato al mercato della politica dal leghismo e dal berlusconismo. Ma non è un problema di strapotere televisivo o di conflitto di interessi, è un problema di sapere sociale. Così come Bertinotti ben conosce i bisogni e le frustrazioni degli operai in cassa integrazione, così Bossi conosce le pulsioni delle valli varesine e bergamasche. Berlusconi, che è nato come imprenditore edile, ben conosce quelli a cui vendeva le villette con giardino a Milano Due, segno e simbolo di una emancipazione dal condominio e dal quartiere fatto di operai ed impiegati. Così come il Professor Prodi ben consoce i distretti emiliani e le regole dell’economia.

In politica i linguaggi e i saperi territoriali contano, anche se oggi tutto sembra essere pura virtualità dell’apparire. I saperi sociali e territoriali ci dicono che il Nord è molto cambiato. Basta tornare a Campodolcino. Un trenino con una galleria scavata nella montagna lo collega alle piste da sci di Madesimo. La turistizzazione ha vinto. Come dimostrano le Olimpiadi di Torino, che hanno lanciato l’arco alpino italiano nel circuito del turismo invernale a scala globale. Delle Alpi come spazio di attraversamento del corridoio V si discute molto in Val di Susa. Il capitalismo molecolare della Pedemontana non è più quello di un tempo. Sono ancora tanti, ma sono sopravvissuti quelli che hanno innovato prodotti e processi collegandosi alle filiere delle medie imprese leader. Con queste fanno delocalizzazione e reggono l’urto della globalizzazione. Il distretto produttivo non è più una comunità economica, ma allargandosi, è diventata una piattaforma territoriale che compete nel mondo. Le banche locali sono sempre meno. Molte si sono sollevate dal territorio per crescere e andare nel mondo. Non si lamentano più come un tempo, ma chiedono servizi per il territorio, strade, fiere, aeroporti e di essere accompagnati a commercializzare nel mondo. Più che di “Roma ladrona” ti parlano dell’Ice (Istituto del Commercio Estero) che non funziona e della Cina con la sua concorrenza sleale. Le molecole sono cresciute e hanno fatto filiera con le medie imprese. Quelle censite da Mediobanca, che sta nella Milano delle grandi banche, della grande fiera dove ogni anno nascono più imprese che bambini. Allora Mediobanca, si occupava solo del capitalismo delle grandi famiglie. Adesso ogni anno segue l’evolversi delle medie imprese che sono tante e vanno da tutto il Nord, passando per l’Emilia Romagna, la Toscana e le Marche sino in Lazio, in Puglia, in Campania e in Sicilia. Regioni più volte evocate nella notte al calor bianco delle elezioni. Come si vede non è solo questione di Nord. E’ un processo forte di modernizzazione, che per fortuna attraversa il paese da Nord verso Sud, la vera questione politica. Che va collocata in queste piattaforme territoriali che circondano e sono alimentate dalle città-regione. Le parole d’ordine elettorali qui vanno collocate e verificate. Ci si accorgerà allora che il lavoro e la fabbrica, parole antiche ma sempre attuali, devono fare i conti con “fabbriche a cielo aperto” che come nel caso della Pedemontana lombarda sono fatte da più di mezzo milione di imprese ed impresine ove lavorano più di due milioni di addetti.

In questa piattaforma territoriale si vuole sapere che ne sarà di AEM e di ASM, le due grande utilities dell’energia di Milano e di Brescia, della BreBeMi, il raddoppio dell’autostrada Brescia Milano. Si vuol capire cosa faranno le banche e le università per il territorio ove c’è certamente bisogno di finanza a rete lunga e di ricerca e sviluppo. Se la politica non si mette in mezzo tra big players e territorio scatta la dicotomia tra territorio e salotti buoni. Tutt’altro che risolvibile parlando di un’Italia profonda come se la polarizzazione fosse tra progresso e vandea. Nella crisi dello Stato Sociale avanza uno strano welfare fai da te. Individuale per chi può, se è vero che le badanti in Italia non sono solo 500mila, come dicono i dati ufficiali, ma almeno 900mila stimate dall’ultima ricerca Cergas-Bocconi. Collettivo, attraverso un’agire volontario e una miriade di imprese sociali che assieme agli enti locali si occupano di disabili e di anziani. Certo, dal territorio, non arrivano grandi idee e grandi passioni sull’Europa. Che è vista, al peggio, come quella che stabilisce la misura delle banane e, al meglio, come mondo da cui provengono competitori nella globalizzazione come il capitalismo renano e quello francese. Visto il caso Enel-Suez non mi pare sia colpa della vandea territoriale, ma forse di un’Europa che non trasmette né passioni, né interessi. Non serve leggere il tutto come egoismi territoriali. Sotto cova un conflitto latente tra regole che possono essere lette come regolismo, e il vitalismo delle economie territoriali. Come non basta a spiegare il tutto il tema delle tasse. Da una parte i virtuosi che pagano le tasse alla fonte e dall’altra gli scatenati evasori fiscali. Durante la campagna elettorale ho partecipato a Lecco ad un incontro proprio su questo tema. Rappresentanti degli artigiani e dei piccoli imprenditori lombardi ragionavano del cuneo fiscale che portava vantaggi solo alla grande impresa, dell’irap sull’impresa e di eredità imprenditoriale. Sostenevano che anche le tasse, se si vuol davvero farle pagare, vanno territorializzate e orientate alla nuova composizione sociale. Non è tanto questione della questione settentrionale. Forse di una necessità della politica di ri-territorializzarsi. Perché mai come oggi i territori sono sotto sforzo per competere nella globalizzazione. E hanno bisogno di una politica non di sorvolo, ma di accompagnamento dei territori in un Paese moderno, in Europa e nel mondo.



Aldo Bonomi


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