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Nelle città infinite complici del design.
IL SOLE 24 ORE - Nòva - 2 ottobre 2008
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Sono cambiati i tempi. Bastava osservare tra Milano e Torino per capire come sarebbe stato l'autunno: caldo, tiepido o infuocato. Adesso guardiamo lontano. Alle decisioni americane per fronteggiare la crisi e a occhi bassi cerchiamo nel Mi-To post-fordista il destino delle professioni creative del design. Analisi della composizione tecnica e produttiva delle imprese e mutamento della composizione sociale e dei desideri dei soggetti al lavoro. Tutto è cambiato da quando qualcuno pensava che il Mi-To fosse la Fiat a Torino, l'Alfa a Milano e le partecipazioni statali a Genova.
Sono tante le imprese design-based lievitate nella crisi del fordismo che mettono a valore le reti della conoscenza e i soggetti che attraverso essa lavorano. Ci sono le élite delle grandi marche del made in Italy che ricorrono alle firme più prestigiose dei grandi studi internazioni del design. Producono reti distributive globalizzate e monomarca. Quelle basate sulle strategie della commercializzazione attraverso il design di massa. Quelle che vedono nel design un settore trasversale della cultura del progetto orientata al marketing. Per tutte le imprese la metamorfosi è stata caratterizzata dal passaggio della catena del valore prodotto controllando il ciclo produttivo alla logica di una ragnatela del valore che incorpora, a monte della produzione, i gusti, le tendenze dell'utente-cliente finale intercettato a valle dalla produzione delle merci fuori dall'impresa. Non solo la produzione si è dilatata strutturandosi per filiere produttive disarticolando i blue collars, ma anche i white collars sono esplosi lungo la ragnatela del valore. L'immagine che emerge è quella di un design che, pur non scomparendo, in un indistinto lavoro della conoscenza, vive da tempo allo stato liquido i suoi confini professionali e semantici. Dentro e fuori dalle mura dell'impresa il design si configura sempre più come funzione di mediazione e tessitura tra una pluralità di competenze e skill professionali.
Palcoscenico privilegiato di questa transizione è lo spazio della città infinita. Una metropoli come quella che si disegna tra Torino e Milano. Da non limitare al cuore urbano o ai suoi quartieri creativi, ma seguendo la "fabbrica metropolitana". Con il suo melting pot produttivo e sociale in cui il design si rapporta al mondo dell'impresa manifatturiera. Il lavoro creativo è general intellect che si nutre di reti di relazioni transaziendali e scambi nelle community professionali. Fuori dalle rappresentanze tradizionali degli interessi precipitando in rete con autonomie funzionali come la Triennale, i Politecnici di Milano e Torino. È difficile intercettare le soggettività di questa "classe creativa" frammentata e dispersa sul territorio. Ci abbiamo provato con un questionario in rete partendo dai siti della Triennale di Milano e di Torino Internazionale. Emerge una componente di professionisti e piccoli capitalisti-personali composta da giovani adulti in possesso di elevati titoli di studio per due terzi uomini e un terzo donne. Il 65% di loro proviene da famiglie di dirigenti, imprenditori e liberi professionisti. Investire in attività dal contenuto innovativo presuppone l'esistenza di reti di protezione. Le reti familiari (34,4%) hanno fatto da start up nel fornire sostegno economico e avviamento al lavoro. L'università (26,5%) ha fatto il resto, soprattutto come ambiente di scambio e approfondimento post laurea. Metà di loro è libero professionista free lance o lavoratore autonomo. E circa un 13% è titolare di una ditta individuale. Tutti lavorano nel ciclo comunicazione, eventi, grafica, design di prodotto. L'ingegnerizzazione del prodotto rimane prerogativa delle imprese committenti. Una figura di generalista della creatività in grado di essere schizofrenicamente un po' eventologo e un po' designer, un po' soggetto dialogante e interfaccia con gli ingegneri. Un po' sulla rete di commercializzazione e rappresentazione della merce e un po' tanto dentro il ciclo che disegna e veste le merci. Una media di 6 addetti tra soci, dipendenti e consulenti stabili. Oltre la metà di loro però non va oltre i 3 addetti. Si dilata la rete corta dell'impresa, attraverso le reti lunghe delle comunità professionali. Si scambiano e si coopera per commesse comuni (43,5%), informazione di natura tecnologica e commerciale (45%) e collaborando assieme a creare nuove proposte e progetti (48 per cento). Quando le reti si formalizzano meno del 10% di loro aderisce alle rappresentanze tradizionali dell'impresa o del lavoro. Ci si rappresenta preferibilmente per ambiti locali come le community Turn a Torino o zona Tortona a Milano. La città infinita è il territorio ove si corre e l'humus ove ci si rapporta per l'80% di loro. La stessa percentuale assume lo spazio europeo come uno spazio da percorrere e il 32,8% va nel mondo.
Vista la moda delle classifiche abbiamo cercato di costruire dal basso, partendo dalle loro indicazioni una classifica delle città più complici con la professione del design. Milano, Torino, Roma, Bologna e Venezia... in Italia, Londra, Parigi, Barcellona e Berlino in Europa, Tokyo, Shangai, Dubai e Pechino le megalopoli ove operare nel mondo. Si discute da anni se siamo in presenza di un nuovo mondo delle libere professioni o di una nuova componente di cognitari o proletaroidi senza garanzie. Le loro risposte mettono al centro il tema dell'autonomia creativa dell'essere indipendenti coniugando senso e reddito. Mi pare si possa dire che anche sull'asse Torino-Milano sta emergendo, come sosteneva Andrew Ross osservando i lavoratori della Silicon Valley newyorchese, una mentalità "no-collar". Prodotto sincretico di una miscela di cooperazione e individualismo, etica libertaria e identificazione sul lavoro.
Aldo Bonomi
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