|
Che aria tira nei territori di fronte alla crisi? A Torino lo si è capito. Come sempre si guarda alla Fiat e al suo indotto. E, come sempre, il rampante e diffuso Nord Est è pronto a innalzare la bandiera del capitalismo diffuso da proteggere quanto il "grande capitalismo". In mezzo ci sta Milano. Che non è più Nord Ovest, qui fa più questione Malpensa che l'Alfa Romeo, e non è solo il capitalismo diffuso della pedemontana lombarda. Val la pena scavare in quel microcosmo che è la sua provincia. O se preferite, nella città metropolitana con circa 4milioni di abitanti, di cui in età da lavoro sono 2.750.000. Numeri da scomporre e ricomporre nel racconto di come la crisi impatta e i suoi cinque cerchi di composizione sociale e produttiva. Nel primo cerchio, quello che si disegna da piazzetta Cuccia (Mediobanca), passando da piazza Scala (Intesa San Paolo) ed arrivando in Cordusio (Unicredito) non si sono visti gli scatoloni in uscita della Lehman Brothers. Per fortuna le banche possono anche essere elette a capro espiatorio della crisi ma sarà bene ricordare che, segno dei tempi, valgono in termini di addetti al lavoro ben più della Fiat. Le due più grandi, sommate, fanno più di 360mila bancari al lavoro tra Italia e mondo. Molti nel centro di Milano. Certo un po' di esuberi e prepensionamenti sono in atto. I venditori finanziari vanno riconvertiti o licenziati. Ma tutto sommato il primo cerchio non è l'epicentro dove morde la crisi dal punto di vista occupazionale. Morde e si vede di più in borsa. Nel venir meno di quell'aria da City londinese, o per i più montati da Wall Street, che si respirava fino a pochi mesi fa durante la pausa pranzo, quando, gli uomini in grigio sciamavano alla ricerca di un panino con il black berry sempre acceso.
Pare non sia andata male, durante il Natale, nemmeno nel secondo cerchio. Quello del parco a tema dell'economia dei desideri. Via Montenapoleone, San Babila, via della Spiga, hanno venduto e tenuto nel loro essere vetrine simbolo del made in Italy e delle griffe globali. E' andata peggio nella rete commerciale diffusa. Lontana ed altro dal parco a tema dei desideri. Un tessuto commerciale diffuso già colpito, ben prima della crisi con la scomparsa di 35mila esercizi negli ultimi 10 anni. Per il parco a tema e per gli outlet sarà problema il dopo-festa. Se, come pare, la crisi ci abituerà a riprendere l'uso della parola sobrietà. A coniugare, per uscirne, le polarità sincretiche crescita/decrescita, limite/sviluppo. Che sono già ben pronunciate e praticate nel terzo cerchio della città invisibile. Quella dell'immigrazione. Diffusa negli interstizi metropolitani.
La crisi colpisce quelli di loro più avanti nel processo di integrazione e inclusione. Sono 20mila le impresine di trasporto, ristorazione, pulizie, di elettricisti, idraulici, piastrellisti, imbianchini con titolare un immigrato. Molti di loro hanno fatto, come noi, il mutuo per la casa e non hanno consorzi fidi a cui rivolgersi per garantire il credito bancario alla loro impresa.
Nella crisi può svanire il loro sogno di diventare cittadini. Se non riparte il ciclo dell'edilizia e delle grandi opere, siamo tutti in attesa dell'Expo, vedo male la moltitudine migrante al lavoro sotto le gru della città che viene. Sono il 60% gli operai stranieri che si muovono nei cantieri aperti a Milano. Solo 10 anni fa non erano di più del 15%. Ma va così. Nel quarto cerchio della società dello spettacolo e della creatività pare che tutto si tiene al motto "the show must go on". Si fa spettacolo anche nella crisi. Ma la competizione aspra tra i mezzi di comunicazione, a fronte di una pubblicità scarsa, segnala che anche nel distretto di Cologno Monzese (Mediaset) e a Santa Giulia ove si è trasferita Sky non tutto va bene. Alla Triennale, al Salone del Mobile, fabbriche di eventi metropolitani, si segnala che anche l'economia della cultura che mobilita quelli che lavorano comunicando ha i suoi problemi. Gli eventologi, i designer, quelli della net economy al lavoro con la partita Iva individuale o di piccola impresa arrancano e non tutti arrivano all'happy hour. Il quinto cerchio era una volta cintura del ferro attorno alla città con la Falck, la Breda, l'Alfa, l'Innocenti e l'Autobianchi.
Oggi è un girone manifatturiero fatto di 300mila imprese, un po' di multinazionali tascabili e tanto capitalismo molecolare. Il 95% delle imprese ha meno di 10 addetti. La crisi, attraverso filiere e tessuto del manifatturiero, arriva a Telecom, 563 licenziamenti solo a Milano, Alitalia e Sea, sino all'Ibm di Vimercate. Una trama fitta che va dai televisori della Mivar alle telecomunicazioni. Per ora la cintura manifatturiera pare fare argine alla crisi rallentando ed aspettando. Vi è un rallentamento delle assunzioni a tempo determinato. L'Osservatore del mercato del Lavoro provinciale ha comparato i due mesi di gennaio. Quello delle ristrutturazioni nel 2008 e quello della crisi 2009. Le assunzioni passano dal 57,5% al 52,6%, le cessazioni dal 26,3% al 26,0%. Un quadro "che parrebbe stabile." Diventa instabile se si osserva il passaggio al tempo indeterminato: 3.005 unità nel 2008 a soli 1840 nel 2009.
Si preferisce prorogare e trasformare le forme contrattuali flessibili in attesa di come un tessuto manifatturiero, abituato alle crisi da transizione industriale, attraverserà la crisi globale che viene avanti.
Aldo Bonomi |
 |