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IL TERRITORIO E' IL NUOVO ATTORE PROTAGONISTA

IL SOLE 24 ORE
Etica e Impresa - 25 giugno 2007



Fra le tesi più diffuse circa il rapporto tra globalizzazione e impresa c'è quella che sostiene l'inevitabile deresponsabilizzazione di quest'ultima rispetto a ogni vincolo di tipo territoriale. I luoghi in cui l'impresa agisce e gli attori che li vivono non costituirebbero più una variabile rilevante per una élite di investitori o proprietari ormai svincolati dalla vecchia idea "borghese" dell'obbligo sociale.

Il capitale avrebbe così vinto la sua personale guerra di indipendenza contro il territorio, a cui non rimarrebbe altra possibilità che riparare i danni sociali delle eventuali delocalizzazioni. E' evidente che in questa visione non c'è alcuno spazio per un'idea di responsabilità sociale del fare impresa.

La mia tesi è diversa per alcune semplici ragioni che proverò ad argomentare. Perché, in primo luogo, la diversità ha sempre caratterizzato il modo in cui i flussi dello sviluppo capitalistico hanno forgiato le economie nazionali; e altrettanto diverse sono le pratiche in cui continua a declinarsi l'antica idea del dovere di "rendere conto" da parte delle élite economiche. Nell'evoluzione del capitalismo si possono cogliere il rapporto tra globalizzazione e diritti.

La prima via è tutta interna al pensiero del mercato e si è storicamente radicata nel capitalismo di marca anglosassone. Qui il potenziale conflitto tra capitale e territorio è spostato tutto dentro l'impresa e le sue logiche. E' l'utente-cliente, vero dominus della concorrenza, che in virtù della sua autonomia dall'impresa ne vincola l'azione non solo sul mercato, ma anche dal punto di vista etico.

E' il modello delle class action dei consumatori che, in quanto tali, divengono titolari di "diritti" sull'impresa. All'opposto dell'ottimismo di mercato si situa la "pedagogia della catastrofe" di Serge Latouche. Il capitalismo è una macchina impazzita, incapace di autoregolazione (e men che meno di responsabilità sociale) lanciato in direzione di quella brasilianizzazione dell'Occidente fatta di precarietà e lavoro informale di cui parla il sociologo Ulrich Beck. E allora l'unica responsabilità praticabile appare l'idea della decrescita.

In mezzo, tra mercato e catastrofe, si è storicamente sviluppata la prassi, tutta europea, del conflitto sociale e del patto tra l'impresa fordista e la cittadinanza garantita dal welfare state. E' la prassi tipica del modello renano o anseatico di capitalismo, in cui dentro lo spazio degli Stati nazionali l'impresa per tutto il Novecento è stata resa responsabile dalla forza della concertazione tra grandi apparati di rappresentanza. E, tuttavia, è un modello al quale la globalizzazione ha scavato il terreno su cui si fondava.

E dunque? Non resta che il futuro di un'impresa che un famoso sociologo italiano ha definito "irresponsabile"? Credo invece che sia necessario un ripensamento della cultura della responsabilità sociale a partire da quello che è il carattere storico del capitalismo nazionale, il suo essere di territorio.

Nel laboratorio italiano un sistema produttivo fatto di un arcipelago di medie imprese che sovrastano un oceano di piccole e piccolissime aziende, a contatto con i mercati globali, sta imparando a competere senza interrompere i rapporti con una dimensione locale da cui continua a trarre la sua legittimità. Ciò che serve è territorializzare una cultura della corporate responsability forse un po' troppo lontana e anglosassone, creando un intreccio tra culture dei luoghi e cultura dell'impresa. Ma attenzione: il territorio stesso è cambiato.

Non è più soltanto quello delle comunità locali e dei distretti, ma oggi anche il territorio è una vera e propria costruzione in cui l'impresa produttiva deve mettersi in rete con quello che è il nuovo attore in ascesa, un capitalismo delle reti fatto di utility, Università, Camere di commercio, che per sua natura si trova a cavallo tra propensione al mercato e responsabilità verso la qualità del vivere nei territori.

E allora, la vera responsabilità sociale di territorio capace di giocare la mossa del cavallo nei confronti della globalizzazione, è l'apertura della black box della governance interna all'impresa agli attori della comunità locale. E' quest'ultima il vero stakeholder collettivo capace a sua volta di rendere l'impresa stessa attore consapevole degli obblighi sociali. Un modello che, mi pare, può costituire una possibile via d'uscita, ma a una condizione.

Che il vero tema nazionale sia affrontato: la responsabilità di territorio esige un soggetto che la interpreti, una neoborghesia di cui si vedono le tracce nelle piattaforme produttive del Paese e che deve prendere coscienza dei suoi meriti e dei suoi obblighi collettivi.



Aldo Bonomi


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