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I VENT'ANNI DI ALY BABA DA MARTELLI ALLA BOSSI-FINI

IL SOLE 24 ORE
18 marzo 2007



Arriva in Parlamento il disegno di legge delega sull'immigrazione. Fa discutere la manifestazione sulla sicurezza convocata dal sindaco di Milano. Gli immigrati fanno da sfondo, nel turbinio della politica, nel gorgo della società delle paure. Il racconto di un amico senegalese, in Italia dal 1983, mi aiuta a capire. Aly Baba Faye è nato nel 1961 a Rufisque, città satellite della metropoli Dakar.

Quinto di dieci figli (cinque maschi e cinque femmine), madre ginecologa e padre artigiano del mobile in ebano, si laurea in giurisprudenza all'università. Non c'è lavoro. O si apre un forno per il pane, un'attività nella pesca o nel turismo, gli unici settori in movimento, o si emigra.

Una cugina è in contatto con imprenditori bresciani, la Zanardelli che vuole aprire il mercato in Africa Occidentale. C'è la possibilità di frequentare la loro scuola professionale per odontotecnici.

A 22 anni si ritrova in Italia, con un corso pagato di lingua all'università di Perugia. Poi a Brescia per scoprire che la scuola c'è, ma si deve mantenere. Torna a Perugia dove almeno ci sono undici senegalesi. Lavora nella vendemmia, nel tabacco e poi fa il muratore. Tutto in nero. Le leggi razziali del 1922 ancora in vigore, non contemplano che gli stranieri possano lavorare in Italia.

Eppure ci sono i primi clandestini che arrivano dalla Francia e dalla Germania. Nel 1986 la legge 943 del ministro Donat Cattin permette il lavoro agli immigrati e si fa la prima sanatoria per 200mila persone. Lui fa il venditore per l'enciclopedia britannica, insegna in corsi di inglese e francese, un po' di ripetizioni private e non si perde mai le vendemmie che son soldi.

Ma soprattutto fa l'operatore di comunità tra i tanti senegalesi che arrivano in Italia. Con il Casi (Coordinamento associazioni senegalesi in Italia) crea una rete comunitaria di solidarietà e mutuo soccorso. Il 24 Agosto 1989, nelle campagne di Villa Literno, dove raccoglieva pomodori per i caporali, viene assassinato il rifugiato politico sudafricano Jerry Masslo.

Due mesi dopo a Roma la prima manifestazione per i diritti agli immigrati. Per Alì è il battesimo pubblico, sale sul palco e parla. Conosce Fausto Bertinotti e Bruno Trentin, Lo chiamano a Roma e viene assunto all'ufficio stranieri della Cgil.

Nel 1990 fu varata la prima legge organica sull'immigrazione: diritti di lavoro, diritti di welfare e diritti d'asilo. Alì ha un buon ricordo di quelli anni. C'era un'aria da "italiani brava gente". Poi cambia l'aria. Primi sbarchi di massa di albanesi a Bari. Si diffonde una sindrome da invasione.

Si minaccia un referendum per abolire la Martelli. L'immigrazione diventa un paradosso sociale. Sempre più necessaria, sempre più problema. Alì trova il tempo di laurearsi in sociologia alla Sapienza. Si sposa con l'italianissima Del Fabbro, segretaria in Cgil di Massimo D'Antona, con il rito civile (lui è musulmano, lei cattolica). Fa carriera.

Diventa segretario della Flai, la categoria agroalimentare della Cgil. Nel 1998 viene varata la legge Turco-Napolitano. Restrittiva con i Centri di permanenza temporanea (Cpt), ma aperta ai ricongiungimenti familiari, agli sponsor e al lavoro autonomo. Alì non ne ha più bisogno. Sposato con un'italiana nel 1997 prende la cittadinanza per evitare ai figli il calvario di essere extracomunitari. Mantiene la cittadinanza senegalese. Senegalese, nero, musulmano e italiano nel 2001 si candida con Veltroni alle elezioni comunali.

Lascia il sindacato, non viene eletto, e mette in piedi una società di consulenza per accompagnare le imprese italiane in Africa e nei Paesi dell'Est. Siamo nel 2001, un'altra data spartiacque.

Dopo l'11 Settembre per la prima volta ad Alì Baba in tanti incominciano a chiedere se è musulmano. E il perché di quel suo strano cognome. Il tema religioso, l'islamofobia, si insinua dentro le migrazioni. Come a voler rispondere la legge Bossi-Fini del 2002 accentua i tratti lavoristi dell'ingresso in Italia e realizza la più grande sanatoria, oltre 700mila immigrati, molte badanti.

I DS gli offrono di lavorare al progetto Fratelli d'Italia e nel 2004 diventa responsabile del partito per l'immigrazione. Il disegno di legge Ferrero-Amato prevede il voto alle amministrative. Ne è passato di tempo dalla prima conferenza nazionale sull'immigrazione. Alì ed io concordiamo che forse sarebbe il caso di convocarne una seconda. Non sul tema dei diritti per i lavoratori immigrati, ma su quello della società dell'immigrazione.

Sono più di tre milioni gli immigrati regolari, 50% donne, dai 500mila ai 700mila le stime dei clandestini e sono quasi 600mila i figli di immigrati nelle nostre scuole. Tre di questi sono figli di Alì Baba Faye immigrato in Italia dal Senegal nel 1983.



Aldo Bonomi


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