Dalla green economy le opportunità per Pmi e territori
Anno: 2012 | Territorio:
Si ricomincia. Con incertezza, fatica e anche un po’ tanta paura del futuro. L’anno appena passato una cosa ci ha insegnato: l’attuale fase economica, politica e sociale non può essere interpretata nei termini dell’attraversamento, tanto tutto tornerà come prima, quanto della metamorfosi. Il sistema sta diventando altro, quindi anche i soggetti che vi agiscono devono radicalmente mettersi in discussione. Non basteranno microcosmi di puro racconto territoriale. Occorrerà scavare nella metamorfosi dei soggetti che fanno impresa e che sono al lavoro cambiando testa e pelle del conflitto, delle rappresentanze, delle forme della politica e del vivere sociale. Nella crisi e sulle sue possibili uscite sono all’opera tre ideologie. Altro dalle fedi secolari del 900, ma forme di pensiero ove collocarsi per cambiare. La prima sostiene che siamo di fronte ad una vera e propria crisi di sistema. Ad un deragliamento generale a cui va contrapposta un’alternativa che metta al centro il rapporto tra civilizzazione e natura. Si fonda su una critica radicale del capitalismo come sistema maturo, tutt’altro che avanzato, anzi avariato. Da qui la proposta del paradigma della “decrescita serena” non come forma di prosumerismo da lasciare alla libera scelta individuale, ma modello universale di un’altra società. A proposito dei miei microcosmi, con una battuta mi vene da pensare che per applicare la decrescita sistemica nei nostri distretti o nelle piattaforme produttive della pedemontana lombardo-veneta o nella Via Emilia sarebbe necessario l’esercito o una deportazione di massa. Queste posizioni minoritarie e radicali alimentano anche le tesi di chi sostiene “ma perché dobbiamo pagare noi il debito?”. Tesi che non tiene conto che il default lo pagherebbero comunque le classi più deboli. Al di là delle battute, terrei conto di queste ideologie non fosse altro che perché si sostanziano in quei cartelli agitati dagli indignati di fronte a Wall Street che urlano: siamo il 99 per cento. Evidenziano un interclassismo della moltitudine colpita dalla crisi: che va dai pensionati che si tolgono la vita, dagli operai agli impiegati, ai ceti medi sino ai padroncini del capitalismo molecolare che si suicidano a fronte del venir meno dell’impresa e del loro progetto di vita. Ci dicono che occorre mai dimenticarsi della questione sociale! La seconda posizione è quella che definirei della “morfina tecnocratica”. Sostiene che in fondo non è accaduto nulla, occorre compiere aggiustamenti strutturali dei mercati per accompagnare il sistema al suo equilibrio di mercato. Il tutto avviene in una crisi della politica che dopo aver espulso la società, dialogando solo con l’economia che si faceva finanza, non ha saputo cogliere l’occasione di ridisegnare il proprio ruolo in modo non ancillare rispetto all’economia e ai suoi tecnici. Da qui il mito del governo degli ottimati per attraversare la crisi. Sullo sfondo rimane la questione, su cui tutti concordiamo, che senza una politica europea, una democrazia europea compiuta (valga per tutti il caso ungherese), le tecnicalità, pur necessarie, da sole non bastano. L’attesa dell’Europa politica, se verrà e quando verrà, per i miei microcosmi è un passaggio non da poco. È evidente che l’ascesa di elite centrali e metropolitane, i nodi tecnici delle reti finanziarie lì stanno, segna per molti versi il tramonto del racconto e del protagonismo dell’elite diffusa del capitalismo molecolare dei distretti e delle piattaforme produttive. Non a caso, fiutando il vento, la Lega si è buttata subito all’opposizione in nome di un euro a due velocità, che li fa sentire molto tedeschi, e di un localismo anacronistico che suona molto come nostalgia di un passato simile a quella dei sostenitori della decrescita sistemica. Per i primi è il rimpianto del capannone, per i secondi di uno sviluppo senza i capannoni. Tra le ideologie radicali e quelle tecnocratiche, tra questi due poli, ci può essere lo spazio di una faticosa terza via? Dentro la metamorfosi di un capitalismo globale che si ridisegna -il capitalismo E’ crisi, come insegnava Polani mettendo bene l’accento sulla e- si può ragionare su un’uscita del dopodomani utilizzando il concetto di “green economy”. Concetto precocemente abusato, scatola semantica buona per tutti gli usi, con forti margini di ambiguità e sovrapposizione rispetto alle ideologie alternative sopra descritte. Green economy è in primo luogo il capitalismo che incorpora il limite ambientale nel suo processo di accumulazione. È un discorso che incorpora il tema della sobrietà nei consumi e di una nuova strategia keynesiana di investimenti. Essendo una scatola semantica, l’idea va situata nelle condizioni reali del ciclo del capitalismo e spacchettata e smontata dall’interno. Infatti green economy, sul piano delle economie globali, significa anche una bolla finanziaria (la prossima?) con la finanziarizzazione delle commodites alimentari e l’accaparramento delle terre agricole per produrre bio gas o combustibili alternativi al petrolio. Non dimentichiamo che l’esplosione dei prezzi delle risorse vitali, il prezzo del pane, è stata una delle scintille della rivolta nord africana nell’anno appena passato. Ne esiste un’altra declinazione legata alle specificità territoriali e alle nuove forme dei lavori che riguardano la metamorfosi del capitalismo molecolare e quella dei lavoratori della conoscenza e delle nuove professioni senza ordini e senza tutela. Da una parte l’evoluzione del capitalismo molecolare come adattamento delle economie produttive di piccola e media impresa verso una maggiore efficienza energetica, una compatibilità ambientale delle produzioni, un’innovazione leggera dei processi produttivi e del design dei prodotti. Dall’altro l’uso dell’intelligenza sociale dei nuovi saperi , dalla creatività all’ecologia, alla rete, per alimentare come un intelletto generale questa metamorfosi produttiva e delle forme del vivere. Andando oltre la tendenza del “borghigiano” per pochi, estendendo la tendenza ad una miglior qualità della vita tipica dello spleen metropolitano, basti pensare al luddismo dei ghetti, alla rivolta delle banlieue e al proliferare dei comitati dei cittadini nelle metropoli. Occorre riprogettare e ridisegnare forme di smart city, altro dalla tendenza in atto delle megalopoli globali. Si tratta di pensare e cambiare dentro la terza rivoluzione industriale che spinga in avanti la discontinuità tecnologica e culturale. Occorre ripensare il ruolo del pubblico, la nuova centralità dei beni comuni, e un nuovo rapporto tra città e territorio. È forse un’utopia visti i tempi che stiamo attraversando. Mi pare una eterotopia intesa come luoghi ove l’utopia si fa possibile, per continuare a raccontare la metamorfosi dei miei microcosmi nell’anno che verrà.


